L’industria chimica è spesso poco visibile al consumatore finale, ma è una delle infrastrutture materiali dell’economia contemporanea, con oltre il 96% dei prodotti industriali che utilizza sostanze chimiche in almeno una fase del proprio ciclo produttivo. In Unione europea la chimica rappresenta il quarto settore manifatturiero per dimensione, con circa 29.000 imprese che generano 1,2 milioni di posti di lavoro diretti.
Questa centralità rende la sostenibilità della chimica un tema particolarmente delicato. Da un lato, il settore è associato a impatti ambientali rilevanti, legati ai consumi energetici, all’uso di materie prime fossili, alla generazione di emissioni, scarichi, rifiuti e alla gestione di sostanze potenzialmente pericolose. Dall’altro, la chimica è anche una leva essenziale per molte soluzioni della transizione: materiali per l’efficienza energetica degli edifici, componenti per batterie e pannelli fotovoltaici, prodotti per la depurazione delle acque, tecnologie per la riduzione delle emissioni, materiali più leggeri e performanti per la mobilità.
In questa prospettiva, la domanda non è quindi soltanto come rendere meno impattante l’industria chimica, ma quale chimica serva per accompagnare la transizione industriale dei prossimi decenni.
Le sfide della sostenibilità del settore chimico
La transizione sostenibile della chimica si muove lungo più dimensioni, che non possono essere affrontate separatamente. Clima, circolarità, impatti locali e sicurezza delle sostanze sono aspetti strettamente collegati: una materia prima alternativa ad esempio può ridurre le emissioni ma generare nuove pressioni sull’uso del suolo, un materiale più durevole può migliorare la performance d’uso ma complicare il fine vita, una sostanza estremamente efficace dal punto di vista tecnico può presentare criticità in termini di persistenza, tossicità o accumulo nell’ambiente. Per questo la sostenibilità del settore chimico richiede un approccio sistemico.
La decarbonizzazione: tra emissioni e materie prime
La decarbonizzazione della chimica è una delle sfide più complesse della transizione industriale. A differenza di altri settori, l’industria chimica non utilizza fonti fossili soltanto per produrre energia o calore di processo, ma anche come materiale di base per molte produzioni. Il carbonio fossile, quindi, non è solo bruciato ma è spesso incorporato nei prodotti finali.
La decarbonizzazione della chimica, quindi, non è soltanto un percorso energetico. È anche una trasformazione molecolare che riguarda il modo in cui il carbonio rimane incorporato nei materiali. Questo rende la transizione più articolata, in quanto non è sufficiente cambiare fonte energetica ma occorre intervenire anche sulle materie prime, riducendo la dipendenza da feedstock fossili.
In questo quadro, i principi della chimica verde aiutano a tradurre la decarbonizzazione in scelte di processo concrete. L’efficienza energetica non si limita alla riduzione dei consumi, ma implica la riprogettazione delle condizioni operative per rendere i processi meno energivori lungo l’intera catena di trasformazione. Parallelamente, l’economia atomica diventa una leva centrale nella progettazione delle reazioni chimiche, perché orienta verso percorsi in cui una quota più elevata dei reagenti viene effettivamente incorporata nel prodotto finale, riducendo la formazione di sottoprodotti e quindi la necessità di successive fasi di separazione e trattamento.
Gli impatti sul territorio
La sostenibilità della chimica non si misura solo su scala globale, ma anche locale, nel rapporto tra stabilimenti, ambiente e comunità locali. Scarichi idrici, emissioni in atmosfera, odori, rifiuti pericolosi, contaminazione dei suoli, consumi d’acqua e sicurezza degli impianti sono aspetti che incidono direttamente sulla qualità ambientale e sulla fiducia delle comunità, e, questo livello territoriale è spesso quello più percepito dai cittadini.
Un’impresa chimica può contribuire alla transizione attraverso prodotti innovativi, ma perdere credibilità se non gestisce in modo rigoroso gli impatti locali. Per questo la prevenzione dell’inquinamento, il monitoraggio continuo, il rispetto delle autorizzazioni ambientali, la manutenzione degli impianti e la trasparenza nei confronti degli stakeholder sono elementi essenziali.
Questa prospettiva, conferma come la sostenibilità non sia separata dalla gestione industriale, ma al contrario, dipenda dalla qualità dei presidi operativi: sistemi di controllo, competenze tecniche, cultura della sicurezza, monitoraggio dei parametri ambientali, gestione delle emergenze e capacità di intervenire rapidamente in caso di non conformità.
Sostanze pericolose, PFAS e rischio chimico
Il tema delle sostanze pericolose rappresenta uno dei banchi di prova più importanti per la sostenibilità della chimica. Parlare di sostenibilità nel settore chimico significa anche interrogarsi sulle caratteristiche delle sostanze prodotte e utilizzate: tossicità, persistenza, bioaccumulo, mobilità nell’ambiente ed esposizione umana.
I PFAS sono forse il caso più recente ed emblematico di questa sfida. Le loro proprietà tecniche, come la resistenza al calore, all’acqua, ai grassi e agli agenti chimici, ne hanno favorito l’impiego in numerose applicazioni industriali e di consumo. Al tempo stesso, però, la loro elevata persistenza ambientale e le preoccupazioni legate ai possibili effetti sulla salute hanno reso evidente il limite di un modello in cui la performance tecnica viene valutata senza considerare pienamente gli effetti lungo il ciclo di vita.
La questione, ovviamente, non riguarda solo i PFAS. Riguarda più in generale la capacità dell’industria chimica di sviluppare sostanze e materiali che mantengano la funzione d’uso riducendo al minimo i rischi per persone e ambiente. Questo aspetto è uno dei principi cardine della chimica verde: progettare prodotti chimici più sicuri non rinunciando alla performance, ma al contrario, ottenendola con minore pericolosità. Questo principio ovviamente non si applica solo ai prodotti finiti che vanno sul mercato, ma si applica anche alle reazioni di sintesi, ai solventi e agli ausiliari in esse impiegati e al fine vita delle sostanze.
Il passaggio culturale è significativo perché evidenzia come la sicurezza chimica non può essere affrontata solo attraverso schede di sicurezza, limiti autorizzativi o misure di gestione del rischio. Questi strumenti restano necessari, ma devono essere accompagnati da una logica di sostituzione, innovazione e progettazione a monte.
Il futuro passa per il “safe and sustainable by design”
Il concetto di Safe and Sustainable by Design (SSbD) rappresenta una possibile sintesi delle sfide del settore. La sostenibilità non viene considerata come un correttivo da applicare a valle, ma come un criterio da integrare fin dalle prime fasi di ricerca, sviluppo e progettazione. L’obiettivo è valutare una sostanza non solo per la sua prestazione tecnica, ma anche per la sicurezza, l’impatto ambientale, l’uso delle risorse, la circolarità e il comportamento lungo il ciclo di vita.
Questo approccio è particolarmente perché molte decisioni prese nella fase di progettazione determinano gli impatti futuri: la scelta di una materia prima, di una via di sintesi o di una specifica funzionalità può influenzare consumi energetici, tossicità, persistenza ambientale, esposizione dei lavoratori e gestione del fine vita.
Negli ultimi anni, il concetto di SSbD è stato formalizzato dalla Commissione europea tramite un apposito framework per accompagnare la transizione verso un’economia più sostenibile, in linea con il Green Deal europeo e con la Chemicals Strategy for Sustainability. L’approccio si basa su due dimensioni complementari. La prima riguarda la sicurezza (safe), cioè la minimizzazione dei rischi per la salute umana e per l’ambiente associati alle proprietà intrinseche delle sostanze, alle esposizioni e agli scenari d’uso. La seconda riguarda la sostenibilità (sustainable), che considera aspetti come il cambiamento climatico, il consumo di risorse, la circolarità, l’efficienza energetica, l’impatto sugli ecosistemi e le dimensioni socioeconomiche.
Il framework europeo sottolinea come questi aspetti non passano essere valutati in un singolo momento, ma debbano accompagnare tutte le fasi dello sviluppo tecnologico. Questo implica un processo iterativo il cui obiettivo è quello di evitare trasferimenti di impatto da una fase all’altra del ciclo di vita. Il concetto di SSbD porta quindi a una trasformazione del modo in cui viene concepita l’innovazione chimica. La prestazione resta fondamentale, ma non può essere separata dalla sicurezza e dalla sostenibilità. Una sostanza non è realmente innovativa se risolve un problema tecnico generando nuovi rischi ambientali o sanitari.
Questo approccio richiede anche una maggiore integrazione tra discipline diverse: chimici, ingegneri, tossicologi, esperti di analisi del ciclo di vita, progettisti di materiali e specialisti della sicurezza devono collaborare fin dalle prime fasi di sviluppo. La valutazione non riguarda più soltanto la singola molecola, ma il sistema in cui quella molecola verrà prodotta, utilizzata, recuperata o smaltita. In altre parole, il prodotto viene progettato insieme al suo futuro.
Sostenibilità dell’industria chimica in Europa: una questione di competitività
Per l’industria chimica europea, la sostenibilità non è soltanto una richiesta regolatoria o reputazionale. È sempre più una questione di competitività. Il settore opera in un contesto complesso, segnato da costi energetici elevati, pressione competitiva internazionale, dipendenza da materie prime critiche, necessità di investimenti tecnologici e crescente domanda di prodotti a minore impatto.
La sfida europea è quella di dimostrare che sostenibilità e competitività possono rafforzarsi a vicenda. Questo richiede investimenti, infrastrutture, disponibilità di energia decarbonizzata a costi sostenibili, mercati capaci di riconoscere il valore dei prodotti più sostenibili e un quadro regolatorio chiaro. Senza queste condizioni, la transizione rischia di restare un obiettivo ambizioso ma difficile da realizzare su scala industriale. A tal fine, la Commissione Europea ha pubblicato a luglio 2025 l’European Chemical Industry Action Plan.
Per ottenere questi risultati il piano prevede la creazione, in coordinamento con gli Stati membri e i portatori di interesse, di un’alleanza dedicata alle sostanze chimiche critiche (Critical Chemical Alliance), finalizzata a sostenere la capacità produttiva europea e a intervenire sulle dipendenze strategiche e sulle possibili distorsioni delle catene di approvvigionamento. Allo stesso tempo, vengono previste misure di difesa commerciale per assicurare una concorrenza leale, e, in parallelo, interventi di stimolo all’innovazione e alla crescita del settore.
Il piano si articola poi su più direttrici:
• da un lato, energia a prezzi accessibili e decarbonizzazione, con l’obiettivo di ridurre il costo delle materie prime energetiche e accompagnare la transizione verso processi a minori emissioni
• dall’altro, crescita del mercato e innovazione green, attraverso incentivi alla domanda di sostanze chimiche a minore impatto, il rafforzamento dell’economia circolare applicata alle sostanze chimiche, e la creazione di poli di innovazione dedicati allo sviluppo di alternative più sostenibili
• una specifica linea di intervento riguarda la riduzione dell’impiego di PFAS, promuovendo la ricerca di alternative più sicure, secondo il principio “chi inquina paga”. Infine, il piano include un pacchetto di semplificazione normativa volto a ridurre costi di conformità e oneri amministrativi per le imprese.
Lo scopo complessivo di questo Action Plan è quindi quello di sostenere gli impianti produttivi europei e ristabilire una maggiore sovranità industriale nel settore chimico. Per le imprese, la sua attuazione si traduce in una riduzione dei costi normativi e operativi, in un accesso più ampio a incentivi e finanziamenti dedicati alla transizione green e ai progetti di decarbonizzazione, oltre che in una maggiore chiarezza e prevedibilità del quadro regolatorio.
In questo quadro, la sostenibilità assume un ruolo sempre più strutturale nelle dinamiche competitive del settore chimico europeo. Non si tratta più di un fattore esterno che condiziona le imprese, ma di una componente interna alle strategie industriali, capace di influenzare accesso al capitale, posizionamento sui mercati e capacità di innovazione. La combinazione tra pressione regolatoria, trasformazione delle catene del valore ed evoluzione della domanda sta progressivamente ridefinendo i criteri di competitività. In questa prospettiva, la sostenibilità diventa un elemento abilitante della competitività di lungo periodo, nella misura in cui consente alle imprese di ridurre vulnerabilità strutturali e, allo stesso tempo, di intercettare nuove opportunità di crescita legate alla transizione industriale.







