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Filippo Scalvini
Sustainability Consultant
filippo.scalvini@altisadvisory.com

Omnibus e l’effetto filtro: meno imprese nella rete, più peso alla sostenibilità

Negli ultimi anni la sostenibilità è entrata con forza nell’agenda normativa europea. Con il Green Deal, l’Unione europea ha definito un percorso ambizioso: rendere l’economia europea climaticamente neutra entro il 2050, orientando capitali, strategie industriali e modelli di business verso una crescita più sostenibile e resiliente.

In questo quadro si collocano due normative centrali: la Corporate Sustainability Reporting Directive, più nota come CSRD, e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive, spesso indicata come CS3D o CSDDD. La prima interviene sulla rendicontazione di sostenibilità, rafforzando gli obblighi di trasparenza delle imprese. La seconda introduce obblighi di due diligence in materia di diritti umani e ambiente lungo la catena del valore. Entrambe perseguono un obiettivo comune: integrare la sostenibilità nei processi decisionali aziendali e rendere più solido il legame tra performance economica, gestione dei rischi e impatti ESG.

Con il cosiddetto pacchetto Omnibus I (Direttiva UE 2026/470), tuttavia, il legislatore europeo è intervenuto per semplificare il quadro normativo, ridurre gli oneri amministrativi e limitare la ricaduta indiretta di richieste informative complesse sulle imprese di minori dimensioni. Il Consiglio dell’UE ha confermato che l’obiettivo della semplificazione è ridurre il carico regolatorio, mantenendo al tempo stesso l’impianto generale delle normative sulla rendicontazione e sulla due diligence di sostenibilità.

CSRD: cambia il perimetro, non il valore della rendicontazione

La CSRD, introdotta dalla Direttiva UE 2022/2464, ha rafforzato il sistema europeo di rendicontazione di sostenibilità, con l’obiettivo di migliorare qualità, comparabilità e affidabilità delle informazioni ESG pubblicate dalle imprese. Rispetto al passato, la direttiva ha spinto le aziende a strutturare processi più robusti di raccolta dati, governance interna e analisi degli impatti, rischi e opportunità legati alla sostenibilità.

Prima dell’intervento più ampio del pacchetto Omnibus I, il legislatore europeo era già intervenuto sulle tempistiche di applicazione della CSRD attraverso la cosiddetta “Stop-the-clock Directive” (già recepita in Italia con la Legge 8 agosto 2025, n. 118 che ha modificato il D.Lgs. 125/2024). Questo intervento ha posticipato gli obblighi di rendicontazione per alcune categorie di imprese, in attesa della revisione complessiva del quadro normativo europeo.

Successivamente, con l’approvazione della Direttiva UE 2026/470, il perimetro soggettivo è stato significativamente ridimensionato. Le nuove soglie concentrano l’obbligo sulle imprese europee con oltre 1.000 dipendenti e fatturato superiore a 450 milioni di euro. Per le imprese extra-UE, l’obbligo riguarda i gruppi con fatturato realizzato nell’Unione superiore a 450 milioni di euro e con succursali o controllate nel territorio europeo con un fatturato superiore a 200 milioni di euro.

Questo cambiamento supera la precedente articolazione per “wave”, che distingueva tra imprese già soggette alla Non-Financial Reporting Directive (NFRD), grandi imprese non quotate, PMI quotate e imprese extra-UE. Il risultato è una riduzione rilevante del numero di aziende direttamente obbligate alla rendicontazione. Tuttavia, ciò non significa che la sostenibilità esca dall’agenda delle imprese escluse dal nuovo perimetro.

Anzi, per molte aziende la rendicontazione resta uno strumento utile per dialogare con banche, investitori, clienti e partner commerciali. Anche quando non è obbligatorio pubblicare un bilancio di sostenibilità secondo gli ESRS, disporre di dati ESG ordinati, verificabili e coerenti può rappresentare un vantaggio competitivo, soprattutto in filiere in cui i clienti più grandi continueranno ad avere esigenze informative strutturate.

Il ruolo dei VS e il “value chain cap”

Uno degli elementi più significativi del nuovo quadro normativo è il rafforzamento del ruolo degli standard volontari (Voluntary Standards – VS). Attualmente anch’essi in fase di revisione, con una consultazione pubblica conclusasi il 3 giugno 2026, questi standard sono concepiti per le imprese che intendono rendicontare volontariamente le proprie informazioni di sostenibilità, adottando un approccio più semplice, flessibile e proporzionato rispetto agli ESRS.

Questi standard sono importanti non solo per le imprese che scelgono volontariamente di rendicontare, ma anche per quelle che fanno parte delle catene del valore di aziende soggette alla CSRD. La nuova impostazione introduce infatti un limite alle richieste informative lungo la catena del valore: le imprese non soggette a CSRD potranno infatti rifiutare richieste che vadano oltre le informazioni previste dagli standard volontari. L’Omnibus indica questo meccanismo come una misura per ridurre gli oneri sulle imprese più piccole, per le quali, la raccolta dati ESG non scompare, ma diventa più proporzionata, mirata e coerente con le dimensioni e il ruolo dell’impresa nella filiera.

CS3D: la due diligence diventa più selettiva

La CS3D, adottata con la Direttiva UE 2024/1760, introduce un quadro europeo sulla due diligence di sostenibilità, chiedendo alle grandi imprese di identificare e gestire gli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente derivanti dalle proprie attività, da quelle delle controllate e dalla catena di attività. La Commissione europea presenta la direttiva come uno strumento per promuovere comportamenti aziendali sostenibili e responsabili lungo le catene globali del valore.

Anche in questo caso, l’Omnibus ha ristretto il campo di applicazione. Il nuovo perimetro riguarda le imprese europee con oltre 5.000 dipendenti e fatturato superiore a 1,5 miliardi di euro, le imprese extra-UE che generano nell’Unione un fatturato superiore a 1,5 miliardi di euro e le imprese che operano tramite accordi di franchising o licenza nell’UE con royalties che superano i 75 milioni di euro e un fatturato in UE superiore ai 275 milioni di euro

La semplificazione riguarda anche il modo in cui la due diligence deve essere condotta. L’approccio diventa più selettivo e basato sul rischio: le imprese potranno concentrare l’analisi sulle aree della catena del valore dove gli impatti negativi sono più probabili o più gravi. Inoltre, le richieste informative ai partner commerciali dovranno essere limitate a quanto realmente necessario, soprattutto quando si tratta di imprese di dimensioni inferiori.

Questa impostazione non elimina la responsabilità delle imprese, ma mira a renderla più gestibile. Così facendo, la due diligence non sarà più una raccolta indistinta di questionari e documenti lungo tutta la filiera, ma in un processo strutturato di identificazione delle priorità, valutazione dei rischi, definizione di azioni correttive e monitoraggio dell’efficacia delle misure adottate.

Dagli obblighi formali allo sviluppo di competenze gestionali

Nel complesso, le modifiche introdotte dall’Omnibus possono essere lette come un tentativo di riportare la sostenibilità aziendale entro un principio di proporzionalità. Negli ultimi anni, molte imprese hanno percepito la rendicontazione ESG e la due diligence come processi complessi, onerosi e talvolta eccessivamente formali. Il nuovo quadro normativo cerca di ridurre questo rischio, concentrando gli obblighi sulle imprese di maggiori dimensioni e limitando la trasmissione di richieste eccessive alle PMI.

Allo stesso tempo, sarebbe riduttivo interpretare la semplificazione come un arretramento del percorso europeo sulla sostenibilità. CSRD e CS3D continuano a indicare una direzione precisa: le imprese devono conoscere meglio i propri impatti, presidiare i rischi ambientali e sociali, rafforzare la governance interna e rendere più trasparenti le proprie scelte.

Per le aziende direttamente obbligate, questo significa costruire sistemi solidi di reporting e due diligence. Per le imprese escluse dal perimetro, significa invece valutare con attenzione quali informazioni ESG siano comunque strategiche per rispondere alle richieste del mercato, accedere al credito, partecipare alle filiere più strutturate e rafforzare la propria competitività.

La sfida, quindi, non è semplicemente “adempiere” a una norma. È trasformare gli strumenti richiesti dalla normativa (raccolta dati, analisi degli impatti, governance, procedure, monitoraggio della catena del valore) in leve di gestione aziendale. La sostenibilità, se affrontata in modo pragmatico, può aiutare le imprese a leggere meglio i propri rischi, individuare inefficienze, rafforzare il dialogo con stakeholder e partner commerciali e prepararsi a un mercato in cui trasparenza e responsabilità saranno sempre più rilevanti.

Una transizione normativa ancora in evoluzione

Il quadro normativo non è comunque ancora completamente stabilizzato. Per quanto riguarda la CSRD, gli Stati membri hanno ancora tempo per recepire nei propri ordinamenti il pacchetto Omnibus, il quale deve essere recepito entro 12 mesi dall’entrata in vigore della Direttiva UE 2026/470, avvenuta il 26 febbraio 2026. Contemporaneamente, la Commissione europea dovrà completare il lavoro sugli standard di rendicontazione revisionati. In questo caso, l’atto delegato contenente la nuova versione degli ESRS è atteso entro sei mesi dall’entrata in vigore della Direttiva UE 2026/470, quindi indicativamente tra agosto e settembre 2026.

Per quanto riguarda la CS3D, invece, il recepimento negli ordinamenti degli Stati membri è previsto entro luglio 2028, con la piena applicazione che dovrebbe partire da luglio 2029.

Per le imprese quindi il 2026 sarà quindi un anno di attesa, ma sarà fondamentale non viverlo come una fase di immobilismo. Anche in un contesto di semplificazione, resta fondamentale prepararsi per tempo: chiarire ruoli e responsabilità interne, mappare i dati disponibili, identificare i temi ESG più rilevanti, rafforzare i processi di controllo e impostare un dialogo ordinato con clienti, fornitori e partner finanziari.

L’Omnibus infatti riduce il numero di imprese formalmente obbligate, ma non riduce l’importanza strategica della sostenibilità. La vera differenza, nei prossimi anni, sarà tra chi interpreterà le novità normative come un semplice alleggerimento burocratico e chi saprà coglierle come un’occasione per costruire sistemi più semplici, utili e orientati alle priorità reali del business.

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