La ricerca dell’OCSE Global Corporate Sustainability Report 2025, pubblicata nell’ottobre 2024 (e aggiornata con alcuni approfondimenti a novembre 2025), analizza i dati di oltre 44.000 società quotate in tutto il mondo, offrendo una panoramica completa e aggiornata sulla diffusione e sulle pratiche di trasparenza ESG tra le imprese.
La ricerca evidenzia alcuni numeri chiave:
- la rendicontazione ESG si è ulteriormente diffusa tra le società quotate, raggiungendo il 91% della capitalizzazione di mercato globale (circa 12.900 aziende sulle 44.000 analizzate); nel 2022 era l’86%
- le imprese europee si confermano leader in trasparenza, con il 98% che pubblica informazioni ESG, seguite da Asia-Pacifico (94%) e Stati Uniti (93%)
- l’88% delle aziende comunica le proprie emissioni dirette (Scope 1 e 2), ma solo il 76% dichiara almeno una categoria di emissioni Scope 3 (lungo la catena del valore, più difficili da tracciare)
- solo il 42% delle aziende sottopone i propri dati a una verifica esterna; in termini di capitalizzazione, però, la quota sale all’81%, con netta prevalenza della limited assurance
- la sostenibilità sta diventando anche una questione di governance: nel 70% delle grandi aziende, il Consiglio di amministrazione supervisiona direttamente i rischi climatici (era il 53% nel 2022) e il 67% delle società lega i bonus dei dirigenti (executive compensation) a obiettivi di sostenibilità
Dati incoraggianti, ma per formulare valutazioni solide vanno letti anche nel contesto di un quadro regolatorio ancora frammentato e in rapida evoluzione, entrato dal 2025 in una fase di trasformazione profonda. Le traiettorie, infatti, non sono uniformi: l’Europa, dopo una stagione di forte slancio istituzionale, si è attestata su un approccio più prudente, orientato alla semplificazione e a un perimetro più ristretto di imprese coinvolte dagli obblighi di trasparenza ESG (CSRD e Pacchetto Omnibus). Nello stesso periodo, la Cina ha inviato segnali di maggiore determinazione verso la disclosure, finalizzando i Corporate Sustainability Disclosure Standards (CSDS) che, da aprile 2026, riguarderanno circa 400 tra le maggiori società quotate (indici SSE 180 e SZSE 100), chiamate a pubblicare report relativi all’anno fiscale 2025. Negli Stati Uniti, infine, la spinta appare meno istituzionale (anche alla luce delle scelte della SEC e del contenzioso sulle regole di climate disclosure) e più guidata dalle dinamiche di mercato, in particolare dalla pressione degli investitori.
Il contesto europeo
Tornando al più vicino contesto europeo, il quadro è cambiato rapidamente: fino a pochi anni fa l’Europa era l’apripista indiscussa, mentre oggi il baricentro si è spostato dalla “trasparenza a ogni costo” alla tutela della competitività delle imprese. Da qui la scelta di concentrare gli obblighi sulle aziende “super-grandi” (oltre 1.000 dipendenti), che dovranno redigere l’informativa di sostenibilità secondo gli ESRS, sottoporla a revisione esterna e integrarla nel bilancio d’esercizio. Le altre (e non sono poche) vengono in larga parte esonerate, con il rischio di un mercato a due velocità: un’élite di aziende altamente trasparenti e una maggioranza che rimane meno osservabile, con possibili ricadute su rapporti di filiera, accesso a catene di fornitura internazionali e dialogo con banche e investitori.
Proprio perché il legislatore ha “tirato il freno”, è plausibile che si rafforzi il ruolo di banche e investitori come principali driver della trasparenza. Sul versante bancario, un riferimento operativo è lo standard volontario VSME, pensato per rendere più ordinata e proporzionata la raccolta delle informazioni ESG. Nel dialogo con il mercato dei capitali, invece, gli strumenti di valutazione ESG restano più disomogenei: ne derivano incertezza e disorientamento per le imprese che intendono posizionarsi in modo credibile verso gli investitori.
Guardando ai prossimi anni, la previsione è che la trasparenza ESG continuerà a crescere anche tra le imprese oggi escluse dagli obblighi: non perché “lo impone la norma”, ma perché lo chiederanno il mercato e le controparti. Catene di fornitura internazionali, banche, assicurazioni e investitori continueranno a premiare chi sa documentare in modo credibile rischi, impatti e piani di transizione, trasformando la disclosure in una condizione pratica per restare competitivi, accedere al credito e difendere la reputazione.
Il rovescio della medaglia è che, in assenza di un perimetro obbligatorio e di standard omogenei, questi strumenti resteranno in larga parte volontari e quindi più “su misura”: flessibilità utile per adattarsi ai diversi modelli di business, ma anche spazio per metriche non confrontabili, perimetri variabili e livelli di approfondimento disallineati. Il rischio, quindi, è una trasparenza che funziona nel dialogo con singoli stakeholder, ma che fatica a diventare trasparenza di settore: bilanci difficili da comparare, benchmarking poco robusto e, di conseguenza, una lettura complessiva delle performance ESG che rimane parziale.
Per questo, il suggerimento alle imprese fuori dal perimetro degli obblighi è di non limitarsi a risposte “spot” alle richieste di clienti o banche, ma di impostare un documento di rendicontazione stabile e coerente, allineato a standard rigorosi e riconoscibili: uno standard principale, da integrare – quando serve – con ulteriori indicatori mirati richiesti da specifiche controparti.
La doppia materialità: una leva di gestione per la trasparenza
In questo percorso, è imprescindibile partire dall’analisi di doppia materialità: aiuta infatti a mettere ordine tra priorità e dati, ma soprattutto consente di leggere in modo strutturato rischi e opportunità (anche finanziari) legati a clima, filiera, persone e governance. In un contesto in cui le regole cambiano e le aspettative restano alte, la doppia materialità diventa meno un esercizio di rendicontazione e più una leva di gestione dei rischi e dei propri impatti.
La trasparenza ESG non sparirà: cambierà semplicemente “motore”, spostandosi dalla norma al mercato. Per questo conviene strutturare un documento di rendicontazione solido e coerente, allineato a standard rigorosi e riconoscibili, e mantenere la doppia materialità come bussola: è da lì che si costruisce un percorso, non nelle risposte dell’ultima ora a questionari e richieste estemporanee.





