Negli ultimi anni, l’integrazione della sostenibilità nella gestione aziendale da mera scelta valoriale è diventata un fattore determinante di competitività e solidità finanziaria,. Anche per le PMI italiane — tradizionalmente meno attrezzate rispetto alle grandi imprese — la capacità di dimostrare una gestione responsabile dei rischi ambientali, sociali e di governance sta diventando un fattore che influenza l’accesso al credito, la competitività nelle filiere e la reputazione. Secondo le evidenze raccolte dal Forum per la Finanza Sostenibile nella ricerca Finanziare la transizione sostenibile delle PMI: aziende e operatori finanziari a confronto (ottobre 2024), oltre il 52% delle PMI italiane ritiene che i temi ESG abbiano oggi “un ruolo molto importante nelle scelte strategiche e di investimento”, valore più che raddoppiato rispetto a pochi anni fa (nel 2020 era circa il 27%).
La finanza offre opportunità interessanti alle imprese “sostenibili”
Le PMI che integrano la sostenibilità nelle proprie strategie e comunicano in modo chiaro la gestione di rischi e delle opportunità legate alle tematiche ambientali e sociali possono accedere con maggiore facilità a finanziamenti agevolati legati a obiettivi ESG, ottengono rating creditizi più favorevoli, nonché condizioni assicurative più vantaggiose. Inoltre, possono beneficiare di fondi pubblici statali, regionali ed europei, destinati a finanziare progetti in ambito ESG, e di canali di finanziamento alternativi al tradizionale circuito bancario, come private debt, private equity e fondi ESG-linked.
Sul fronte dell’offerta, gli investitori istituzionali (casse professionali, fondi pensione e SGR) stanno progressivamente riallocando i propri portafogli verso investimenti a supporto dell’economia reale, con focus su sostenibilità, innovazione e decarbonizzazione. Le start-up e le PMI innovative che integrano pratiche ESG coerenti si stanno affermando come interlocutori privilegiati per i fondi di private equity e private debt ESG-linked, interessati a generare ritorni finanziari insieme a impatti positivi per l’ambiente e la società.
Nel settore assicurativo, l’adozione di criteri ESG nei modelli di sottoscrizione sta trasformando il mercato delle polizze, premiando le imprese che adottano pratiche di resilienza ambientale e gestione del rischio climatico. Le PMI che implementano strategie di adattamento e mitigazione climatica e rendicontano in modo trasparente le proprie performance ESG possono ottenere condizioni contrattuali più competitive, grazie alla riduzione dei rischi e alla maggiore affidabilità nelle valutazioni.
Sebbene l’offerta di strumenti di finanza sostenibile sia in rapida crescita, solo una minoranza di PMI vi accede. Attualmente, i fondi di garanzia con vincoli ESG risultano gli strumenti più utilizzati, seguiti da linee di credito dedicate a progetti sostenibili e dai fondi di private equity e private debt a impatto. Il ricorso a microcredito e obbligazioni ESG è invece più limitato, ma il trend è in crescita.
Il limite principale alla reale diffusione di tali strumenti non è la scarsità di soluzioni finanziarie, ma la difficoltà delle imprese a orientarsi tra gli strumenti disponibili e, soprattutto, la mancanza di una rendicontazione strutturata capace di evidenziare la gestione dei rischi e delle opportunità ESG per rispondere alle esigenze informative dei player finanziari.
La trasparenza ESG per dialogare con la finanza
In questo contesto, il reporting ESG si conferma uno strumento di credibilità per le PMI che vogliano dialogare con il mondo della finanza. Attraverso la misurazione e la rendicontazione di parametri come le emissioni di CO₂, i consumi energetici, l’uso delle risorse naturali, la formazione dei dipendenti o la parità di genere, le imprese possono dimostrare la propria solidità sotto il profilo ESG e accedere più facilmente a finanziamenti sostenibili.
Nonostante la crescente consapevolezza, meno del 10% delle PMI italiane pubblica già un report ESG strutturato, come evidenziato dalla già citata ricerca. La distanza tra intenzioni e azioni è dovuta da una combinazione di fattori: costi percepiti elevati, soprattutto per consulenza e certificazioni, difficoltà nel reperire dati interni affidabili, spesso non digitalizzati, scarsa chiarezza delle aspettative da parte di banche e clienti, oltre all’assenza di figure interne dedicate alla gestione della sostenibilità.
A questo quadro si aggiunge il nuovo contesto normativo europeo che, pur ridimensionato dagli ultimi interventi legislativi, continua a esercitare una spinta significativa verso una maggiore trasparenza. Il Pacchetto Omnibus 1 (“stop-the-clock”) ha rimodulato i tempi di applicazione della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), mentre il Pacchetto Omnibus 2, attualmente in discussione, mira a ridurne il perimetro di applicazione e introdurre nuove semplificazioni, intervenendo anche sulla Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CS3D).
La CSRD, sebbene circoscritta a una platea più ristretta rispetto alle previsioni iniziali, mantiene un effetto a cascata lungo le catene del valore, coinvolgendo anche numerose PMI che operano come fornitrici o partner di grandi imprese obbligate alla rendicontazione di sostenibilità. Anche la CS3D, pur ridimensionata rispetto alla proposta originaria, mantiene l’introduzione di obblighi di due diligence su diritti umani e ambiente, richiedendo alle imprese di assicurarsi, chiedendo informazioni “proporzionate e limitate” in base alla dimensione dell’interlocutore, e che la propria filiera operi nel rispetto di tali principi.
Per facilitare l’allineamento al nuovo quadro regolatorio e migliorare il dialogo tra PMI e sistema finanziario, la Commissione Europea ha promosso i Voluntary Sustainability Reporting Standards for non-listed SMEs (VSME), pensati per offrire un linguaggio condiviso tra attori economici e PMI. Gli standard si articolano in un modulo base, centrato su un set essenziale di informazioni utili per banche, clienti e investitori, e in un modulo completo, che introduce elementi più avanzati come il calcolo delle emissioni di gas serra di Scope 3, i piani di transizione climatica e ulteriori indicatori tematici. Pur essendo volontari, i VSME rappresentano un primo strumento concreto per rafforzare la credibilità delle PMI sul mercato e facilitare l’accesso a finanziamenti e opportunità commerciali.
Il punto di partenza e il percorso da costruire
La transizione sostenibile rappresenta per le PMI una sfida, ma anche un’importante opportunità di crescita. La trasparenza non deve essere considerata un costo amministrativo, bensì un investimento in reputazione, fiducia e accesso al capitale. Il mercato si sta già muovendo in questa direzione: oltre sei PMI su dieci dichiarano di ricevere richieste di informazioni ESG da parte di banche, clienti e fornitori, segno che la domanda di dati affidabili è ormai indipendente dagli obblighi normativi.
Un primo passo per l’impresa può consistere nell’avviare una rendicontazione essenziale ma strutturata, anche attraverso strumenti snelli come i VSME, che permettono di valorizzare i progressi ambientali e sociali e di fornire informazioni chiare e comparabili a clienti, fornitori e finanziatori.
La sostenibilità, più che un insieme di nuovi adempimenti, è un’occasione per ripensare modelli di business, partnership e catene del valore. Le PMI che sapranno posizionarsi come attori credibili nel dialogo con i propri interlocutori e nel processo di transizione non saranno soltanto adeguate alle attese del mercato, ma potranno diventarne protagoniste, accedendo a nuove opportunità di crescita economica e competitiva.






