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Stella Gubelli
Amministratore Delegato
stella.gubelli@altisadvisory.com

Dove va la sostenibilità? Risponde Stella Gubelli nella sua intervista a Vita

Si era partiti per semplificare le regole ma, alla fine, si tornerà al passsato. Con l’impossibilità di confrontare le diverse scelte di sostenibilità fatte dalle aziende. Banche e investitori continueranno a chiederle. I “consumatori” invece avranno meno strumenti per giudicare. Chi ci guadagna davvero dall’operazione Omnibus?

Abbiamo iniziato questo viaggio da tempo per capire che cosa ne sarà della sostenibilità dopo le trasformazioni geopolitiche dovute all’elezione di Trump e ai successivi ripensamenti europei. Incontriamo Stella Gubelli di Altis advisory all’indomani di una decisione del Parlamento europeo che dà molto da pensare sui criteri con cui vengono effettuate le scelte politiche

Con una mano fa e con l’altra disfa. Sembra un po’ questo l’atteggiamento delle istituzioni europee in merito alla sostenibilità. Nello stesso giorno in cui il Parlamento votava il ridimensionamento delle regole sulla trasparenza di sostenibilità, dichiarava l’obiettivo di riduzione del 90% delle missioni al 2040. Si tratta, evidentemente, di due compromessi ma, nel primo caso, la direzione è quella del netto ribasso. Con Stella Gubelli, ad di Altis Advisory, spin off dell’Università Cattolica, ci addentriamo in questa materia che interessa non solo istituzioni e aziende, ma tutti noi.

Dall’ormai famoso decreto Omnibus in poi si sono scontrati tanti punti di vista, che cosa sta succedendo ora?

Per capirlo conviene fare un passo indietro. La prima versione della Csrd era generalizzata. Prevedeva, infatti, l’introduzione graduale di un obbligo di trasparenza per tutte le aziende con certi requisiti, tra cui almeno 250 dipendenti e 50 milioni fatturato, a partire dalle grandi aziende quotate.

Per la dovuta diligenza invece?

In questo caso, la Commissione europea aveva individuato due momenti per l’entrata in vigore della Csddd. Il 2026 per tutte le imprese con almeno 500 dipendenti e un fatturato di almeno 150 milioni di euro. Il 2028 per quelle con almeno 250 dipendenti e 40 milioni di fatturato, appartenenti però a settori ad alto impatto, ad esempio agricoltura e tessile.

Invece ora a che punto siamo?

Dopo essere stata approvata e recepita già da parecchi stati, tra cui l’Italia, nonché già applicata dalla prima fascia di aziende quotate più grandi (in sostanza, quelle chiamate a redigere la rendicontazione non finanziaria – Dnf), l’Omnibus dello scorso febbraio ha cominciato a rimandare (con lo Stop the clock) e a restringere il perimetro di applicazione di entrambe le direttive proponendo per entrambe di alzare la soglia alle aziende con almeno 1.000 dipendenti e 50 milioni di fatturato.

E siamo arrivati ad oggi.

Dopo tutte le discussioni avvenute a livello istituzionale, il Parlamento europeo ha espresso la propria posizione: restrizione ulteriore del perimetro alle aziende con più di 1.750 dipendenti e 450 milioni di euro. Quindi ha prevalso nettamente la corrente che voleva abbattere la Csrd.

Perché è un passo indietro?

Innalzare così tanto l’obbligo significa inficiare la sua stessa efficacia. Si perde quell’effetto di trasparenza generalizzata, che era proprio uno degli effetti più positivi dell’obbligo di disclosure. E si perde anche l’effetto traino che avrebbe portato la Csrd verso le piccole e medie imprese.

Una sorte ancora peggiore sembra aver avuto la Csddd.

Sulla due diligence, secondo la posizione espressa dal Parlamento, l’obbligo ricadrà alle aziende sopra i 5.000 dipendenti, con più di un miliardo e mezzo di fatturato. Con la specifica che l’approccio dell’applicazione deve essere basato sul rischio.

Che cosa vuol dire?

Che le già poche aziende soggette alla direttiva potranno richiedere alle aziende della filiera solamente le informazioni che non sono in grado di reperire altrove. È un principio giusto sulla carta, ma che rischia di annacquare il reale impegno su questo fronte. Potrebbe bastare uno studio di settore o un report già pubblicato per assolvere all’obbligo di controllo.

L’obiettivo iniziale della normativa prevedeva invece che l’azienda dovesse richiedere le informazioni sensibili per una dovuta diligenza risalendo la catena di fornitura. Ora invece si potranno chiedere informazioni solo al primo anello (il cosiddetto Tier 1), quindi al fornitore diretto. Ma non è tutto.

Prego.

L’altro cambiamento importante nella Cs3d è l’eliminazione dell’obbligo di costruire e pubblicare il piano di transizione, che doveva allineare lo sviluppo del business agli accordi di Parigi. Quindi il depotenziamento non riguarda solo il perimetro, ma anche i contenuti.

C’è ancora spazio per qualche ripensamento?

La maggioranza che ha approvato quest’ultima proposta del Parlamento era molto spostata a destra. La posizione europea non è ancora quella definitiva, perché, come è noto, sarà il trilogo, composto dallo stesso Parlamento, dal Consiglio e dalla Commissione a trovare la sintesi in vista di una chiusura definitiva entro fine anno da parte del Parlamento.

Poi che cosa succederà?

L’Italia adeguerà il decreto legislativo che è già stato parzialmente modificato per recepire lo Stop the clock, alle nuove indicazioni dell’Unione europea. È già però certo che per questa platea, ormai molto ristretta di imprese è in vigore il posticipo di due anni, al 2027.

Ci sarà qualche benefico tangibile per il mercato con questo nuovo impianto?

Gli European sustainability reporting standards – Esrs rimangono gli standard europei obbligatori. Sono oggetto di una semplificazione ancora in corso dal punto di vista del numero e della tipologia di informazioni richieste. Però la logica della doppia materialità, che è il principio di fondo, non è stata messa in discussione. Significa dover valutare tutti i temi di sostenibilità dell’azienda in merito all’impatto sia sulle persone e l’ambiente, sia sui risultati economici dell’azienda stessa.

Per tutte le altre aziende che non saranno soggette all’obbligo?

Noi auspichiamo che scelgano una via di mezzo, adottando almeno in parte gli Esrs. Questo perché i nuovi standard proposti per le piccole e medie aziende non quotate, che possono essere utilizzati in maniera volontaria per comunicare le informazioni di sosteniblità – i Voluntary standards – Vsme sono realmente troppo semplificati ed eliminano del tutto la logica della doppia materialità.

Che cosa si perde con questi cambiamenti?

In nome della semplificazione, che si poteva perseguire in altri campi e con diverse modalità, si è persa l’occasione di una reale trasparenza sui temi di sostenibilità. La riduzione del perimetro della Csrd limita, appunto, la trasparenza e la confrontabilità tra aziende. Con l’obbligo esteso a tutte le grandi imprese, si sarebbe potuto confrontarle sulle performance di sostenibilità, proprio perché le avrebbero rendicontate con gli stessi standard. Restringendo il numero di aziende obbligate, questo confronto diventa quasi impossibile.

Ad esempio?

Nel retail food, in Italia, oggi solo Esselunga rientra nella Csrd, per il fatto di aver emesso dei titoli obbligazionari. Se tutte le grandi aziende del settore avessero dovuto rendicontare, sarebbe stato possibile creare ranking comparabili utili a tutti gli stakeholder.

Per capire e confrontare le scelte e le performance di sostenibilità ambientale e sociale di questi attori. Inoltre, queste informazioni avrebbero raggiunto, attraverso i media generalisti, di settore e le associazioni, anche i consumatori finali.

Torneremo a relazioni di sostenibilità fantasiose se non fumose?

Non intendo mettere in dubbio la serietà delle aziende, anzi, però è un fatto che senza l’obbligo, tante aziende potranno anche scegliere direttamente di non rendicontare o di farlo in maniera parziale. Rimarremo alla situazione attuale in cui non c’è confrontabilità tra questi tipi di documenti. Così come oggi siamo in grado di analizzare e confrontare i bilanci economico-finanziari di aziende nello stesso settore la Csrd avrebbe portato a questo risultato anche rispetto ai temi della sostenibilità, questa è l’occasione mancata.

Il vento è cambiato?

La trasparenza resta un valore tangibile per banche e investitori. La Banca centrale europea nel maggio scorso ha preso una posizione rispetto all’Omnibus. Si è detta d’accordo sull’alleggerimento del carico burocratico, ma segnalava l’indebolimento dell’infrastruttura informativa. Un elemento che non va a favore della transizione equa e sostenibile. Perché senza informazioni è come voler guidare la transizione sostenibile al buio, senza poter valutare come le aziende gestiscono la sostenibilità.

Gli investitori?

Gli investitori, soprattutto quelli attivi nel mercato privato – incluse le realtà nordamericane, persino in contesti come gli Stati uniti dove a livello politico si è arrivati persino a frenare o vietare l’attenzione ai temi di diversity & inclusion – dichiarano chiaramente che non arretreranno su questi aspetti. Valutare un’azienda dal punto di vista Esg e Dei è per loro fondamentale per stimare i rendimenti di lungo periodo. Perciò è probabile che le loro scelte andranno sempre più nella direzione di differenziarsi gli uni dagli altri, proprio come accade per le aziende: chi saprà dimostrare impegno e qualità su questi temi potrà costruire percorsi realmente distintivi.

È paradossale che le istituzioni europee, per ragioni politiche o ideologiche, non rispondano a queste aspettative. Ne risentirà anche il Green deal?

È paradossale anche che il Parlamento europeo nello stesso giorno dell’affossamento della Csrd abbia approvato l’obiettivo di riduzione del 90% delle missioni nel 2040. Sono due notizie in contrasto. Ma fanno capire che l’impegno sui temi della sostenibilità, che per me significa impegno per un’economia più giusta ed equa conterà ancora, in Europa e non solo.

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