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Stella Gubelli
Amministratore Delegato
stella.gubelli@altisadvisory.com

L’intervista del nostro A.D. Stella Gubelli su Vita

Con il ridimensionamento delle regole su trasparenza (Csrd) e due diligence (Csddd), in Italia solo 700 aziende saranno obbligate a rendicontare. Però il mercato e i consumatori continuano a chiedere trasparenza. Il commento dell’amministratrice delegata di Altis Advisory e docente della Cattolica per trasformare l’incertezza (che non finirà) in opportunità di crescita.

A tre anni dall’approvazione della Csrd, a poco più di un anno dal suo recepimento in Italia (con il decreto 125/2024) e a dieci mesi dalla proposta di semplificazione nota come pacchetto Omnibus, si è conclusa la fase di riflessione europea che ha portato a una significativa riduzione dell’ambito di applicazione delle normative in materia di trasparenza e dovere di diligenza delle imprese.

Per poche (non) elette

Per quanto riguarda la Csrd, l’obbligo di rendicontazione di sostenibilità resterà in vigore esclusivamente per le imprese con oltre mille dipendenti e un fatturato superiore a 450 milioni di euro, con applicazione a partire dall’esercizio 2027. Anche la direttiva sul dovere di diligenza (Csddd) subisce un forte ridimensionamento. La soglia di applicazione viene innalzata a oltre 5mila dipendenti e 1,5 miliardi di euro di fatturato annuo. Vengono eliminati gli obblighi di attuazione dei piani di transizione climatica e ridotte le sanzioni massime, che potranno arrivare fino al 3% del fatturato. L’entrata in vigore è inoltre posticipata a luglio 2029.

Csrd: un piatto senza… portata

Il primo effetto concreto è una drastica riduzione del numero di imprese interessate. Per la Csrd, si stima che l’obbligo riguarderà poco più del 10% delle circa 50mila imprese inizialmente coinvolte dalla formulazione originaria della direttiva. In Italia, il numero di aziende interessate potrebbe essere intorno alle 700 unità, mentre interi settori – caratterizzati dalla presenza di imprese di dimensioni ridotte –risulteranno esclusi da quella che, in origine, si configurava come una vasta operazione di trasparenza intersettoriale. Risulta fortemente ridimensionata anche la portata “indiretta” degli obblighi lungo le filiere.

Anche la diligenza è partita

La Csddd, nella nuova configurazione, interesserà complessivamente circa 1.600 imprese in tutta l’Unione europea. Le modifiche alle norme dovranno ora essere formalmente adottate anche dal Consiglio. Le nuove disposizioni entreranno in vigore venti giorni dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea. Gli stati membri avranno tempo fino al 2028 per recepire le direttive nei rispettivi ordinamenti nazionali.

Domande aperte

Alla luce delle decisioni assunte dalle istituzioni europee, restano aperte alcune domande. C’è anzitutto da chiedersi, anche al di là degli effetti diretti delle modifiche normative, quale sia, in termini di fiducia, il costo del prolungato periodo di incertezza che ha caratterizzato il 2025. Siamo davvero certi che l’incertezza sia alle spalle? Durante l’ultimo anno ci siamo confrontati con imprese disorientate, spesso incapaci di valutare le scelte da compiere. L’incertezza normativa ha inevitabilmente rallentato i percorsi di sostenibilità avviati, ha stroncato quelli in avvio e alimentato l’idea che deregolamentazione equivalga a deresponsabilizzazione.

Scoprire tutte le carte

Gli obblighi della “Csrd rivisitata” scatteranno a partire dal 2027, con l’auspicio che gli stati europei siano in grado di recepire per tempo le nuove disposizioni normative nei propri ordinamenti. Il timore è di trovarci nuovamente di fronte a uno scenario già vissuto, con imprese in attesa del recepimento interno e nel frattempo indecise sul da farsi. Decidere a “carte scoperte” rientra nella normale gestione d’impresa. Farlo mentre il croupier sta ancora distribuendo le carte è tutt’altra partita.

Se questo primo gruppo di questioni può sembrare ancora un affare interno alle aziende, un altro punto chiave porta a chiedersi se la transizione sostenibile sia ancora una priorità e se rimanga un traguardo raggiungibile. L’intento europeo di sostenere la transizione verso un modello di sviluppo più sostenibile sembra trovare conferma nell’impegno a ridurre le emissioni di Co2 del 90% entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990. Tuttavia, la deregolamentazione appena ufficializzata ne ridimensiona in modo significativo gli strumenti per guidarla e valutarne gli avanzamenti.

Impatti generati

Da un lato, l’obbligo di trasparenza porta l’azienda ad andare oltre la mera trasparenza. Richiede alle imprese lo sviluppo di un sistema di gestione Esg strutturato: una riflessione sugli impatti generati e subiti, la definizione di un cruscotto di indicatori da monitorare, il rafforzamento delle regole di governance e l’adozione di un approccio orientato al periodo. Il bilancio di sostenibilità, anche quando introdotto per effetto di un obbligo formale, tende così a trasformarsi in uno strumento di concreta gestione della sostenibilità. Dall’altro, a livello aggregato, avere a disposizione documenti di disclosure Esg confrontabili e rigorosi avrebbe consentito di valutare l’avanzamento dei piani di transizione a livello settoriale, nazionale ed europeo. Un’opportunità mancata, dunque: la transizione sostenibile è perseguita, ma con visibilità ridotta.

Cosa si aspetta il mercato

La terza questione, non ultima come importanza, è se il raggiunto compromesso politico risponda o meno alle aspettative del mercato. La limitazione degli obblighi di trasparenza e di due dilgence risulta lontana dalle esigenze manifestate sempre più insistentemente dagli investitori e dal sistema bancario. Nonché da quelle dei consumatori, che cercano in modo sempre più generalizzato informazioni strutturate in ambito Esg. La trasparenza sui temi ambientali, sociali e di governance è ormai un elemento fondamentale per attrarre investimenti, alimentare il business e costruire una reputazione solida e duratura. Se a livello politico si è trovato un compromesso, la vera sfida si giocherà nel dialogo tra mercato e imprese, in primis quelle escluse dall’obbligo.

Mantenere la rotta

Contiamo sul fatto che le aziende sapranno trovare un equilibrio tra il proseguimento dei percorsi di trasparenza e gestione degli impatti Esg, che rimangono essenziali, e la tentazione di fermarsi di fronte a una regolamentazione limitata a pochi. Le imprese che sapranno mantenere il focus sulla sostenibilità a lungo termine avranno l’opportunità di gestire meglio il proprio business, soddisfare le esigenze degli stakeholder, consolidare la propria reputazione e, soprattutto, non mancheranno l’opportunità di assumersi le responsabilità degli impatti generati.

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