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Valentina Langella
Responsabile Social Impact
valentina.langella@altisadvisory.com

Negli ultimi anni l’impatto sociale è diventato un concetto ricorrente nel linguaggio di imprese, fondazioni, enti pubblici e organizzazioni del terzo settore. Si parla di impatto nei bilanci sociali, nei bandi, nei piani ESG, nelle strategie di sostenibilità, nei progetti di welfare, nelle iniziative rivolte alle comunità e nei programmi di responsabilità sociale d’impresa.

Questo fenomeno segnala un cambiamento profondo: non solo un’estensione terminologica ma un ampliamento dello sguardo, o meglio, uno spostamento del centro dell’attenzione. Sta emergendo una nuova sensibilità, sempre meno orientata a limitarsi all’osservazione di ciò che le organizzazioni realizzano, e sempre più interessata a comprendere, misurare e valutare i cambiamenti che quelle azioni producono nella vita delle persone, delle comunità e dei contesti in cui intervengono.

Misurare l’impatto sociale significa proprio fare un passo oltre ciò che è stato fatto, per comprendere che cosa è cambiato grazie a ciò che è stato realizzato. Questa distinzione è decisiva perché consente di evitare una delle confusioni più frequenti: scambiare gli output, cioè i risultati diretti delle attività, con gli outcome e con l’impact. Il numero di persone coinvolte, le ore di formazione erogate o i servizi attivati raccontano l’intensità di un intervento, mentre l’impatto riguarda i cambiamenti generati nelle competenze, nei comportamenti, nelle condizioni di vita o nelle opportunità dei protagonisti delle azioni.

Perché misurare l’impatto sociale

La scelta di misurare l’impatto sociale non è neutra: richiede tempo, competenze e risorse. Ma i benefici che restituisce — e i costi nascosti del “non” misurare — la rendono un investimento, non un costo. Tre sono le ragioni principali per cui vale la pena affrontarla.

Nella tabella seguente sono riportati le principali motivazioni che guidano imprese ed enti nella decisione di misurare il proprio impatto sociale:

I principali metodi per misurare l’impatto sociale

Non esiste un metodo unico o uno standard per la misurazione dell’impatto sociale. Quando si parla di effetti sulle persone non è possibile trovare una metodologia o un indicatore che vada bene per tutti. La scelta dipende dalla natura dell’organizzazione, dagli obiettivi della misurazione, dagli stakeholder da coinvolgere, dalle risorse disponibili e dal livello di approfondimento richiesto. Vale la pena, però, conoscere le tre grandi famiglie di metodi e lo strumento concettuale che le tiene insieme.

I metodi basati sugli outcome

I metodi basati sugli outcome sono quelli che mantengono il legame più diretto con il cambiamento vissuto dagli stakeholder. Partono dal punto di vista degli stessi, perché il valore sociale non è qualcosa che un’organizzazione produce unilateralmente: emerge dai cambiamenti percepiti e vissuti da chi è coinvolto. Il riferimento internazionale più diffuso sono gli otto principi di Social Value International, una vera e propria grammatica internazionalmente condivisa: coinvolgere gli stakeholder, comprendere ciò che cambia, valutare ciò che conta, includere solo ciò che è materiale, non sovrastimare, essere trasparenti, verificare il risultato ed essere reattivi. Il loro punto di forza è la natura partecipativa e il collegamento alla Teoria del Cambiamento e al Logical Framework; il limite è che dipendono dalle possibilità di coinvolgimento diretto e producono evidenze meno comparabili tra contesti diversi.

I metodi sperimentali e quasi sperimentali

Qui la domanda si fa più stringente: quanta parte di quel cambiamento è davvero attribuibile al nostro intervento? e non ad altri fattori? Si costruisce allora un gruppo di confronto il più possibile simile a chi ha ricevuto l’intervento, così da isolare l’effetto reale. I disegni sperimentali “puri” (con assegnazione casuale dei partecipanti) offrono il massimo rigore, ma nel sociale si scontrano con limiti etici evidenti – escludere persone vulnerabili da un servizio utile solo per esigenze di misurazione è difficilmente giustificabile – oltre che operativi. Per questo si sono diffusi i metodi “quasi sperimentali” (come il confronto prima-dopo con gruppo di controllo, o il propensity score matching), che replicano la logica del confronto senza richiedere l’assegnazione casuale. Più realistici, anche se con un’inferenza causale meno forte.

I metodi economici

I metodi economici cambiano prospettiva: non chiedono come avviene il cambiamento né quanto sia attribuibile, ma quanto vale. Traducono l’impatto in valore monetario o in misure di efficienza, rendendolo confrontabile con altre opzioni di investimento. Lo SROI – Social Return On Investment è il più noto: parte dagli stakeholder, ricostruisce i cambiamenti, li traduce in valore monetario e restituisce un indicatore sintetico. Attenzione però: uno SROI robusto non è quello che produce il numero più alto, ma quello che rende tracciabile il percorso che conduce a quel numero. Inoltre, il rischio dei metodi economici è la riduzione: dignità, autonomia, coesione sociale difficilmente si possono tradurre in un valore monetario.

Gli strumenti pratici: dal dato all’azione

Conoscere i metodi non basta. Servono strumenti concreti per raccogliere informazioni e trasformarle in conoscenza utile. Il primo, irrinunciabile, è il coinvolgimento degli stakeholder: una misurazione credibile non può prescindere dalle persone che vivono il cambiamento, sono loro la fonte primaria di conoscenza. Coinvolgerle va però pianificato con cura, calibrando il quando, il quanto e come farlo. In alcune situazioni – per esempio in presenza di minori o di fragilità – il coinvolgimento diretto può essere inopportuno, e si ricorre allora alla “triangolazione”, ascoltando genitori, insegnanti, operatori o caregiver che osservano gli stakeholder ogni giorno.

Dal coinvolgimento nascono gli strumenti di rilevazione: le survey e i questionari strutturati misurano l’evoluzione di competenze, percezioni e comportamenti; gli indicatori qualitativi e quantitativi traducono i cambiamenti attesi in misure osservabili; le dashboard e gli indici di sintesi rendono i dati leggibili e utilizzabili nei processi decisionali.

Un’avvertenza attraversa tutti questi strumenti: la semplificazione non deve mai diventare distorsione, occorre sempre essere trasparenti e chiarire che cosa viene misurato, su quali basi e con quali assunzioni e limiti.

Un caso concreto: quando la valutazione diventa leva strategica

Prendiamo il caso di una fondazione corporate che aveva costruito nel tempo un sistema di monitoraggio basato su indicatori operativi: numero di beneficiari raggiunti, eventi realizzati, risorse erogate. Numeri che raccontavano quanto l’organizzazione faceva, ma non che cosa stava effettivamente cambiando nella vita delle persone.

Per colmare questo scarto, la fondazione ha avviato un percorso di valutazione più profondo, centrato sugli effetti percepiti da chi quei programmi li viveva dall’interno. I risultati, portati direttamente all’attenzione del Consiglio di Amministrazione durante la pianificazione annuale, hanno mostrato con chiarezza come alcune iniziative storiche — consolidate e con buoni volumi operativi — non generassero cambiamenti rilevanti, mentre interventi più recenti e focalizzati mostravano outcome molto più incisivi pur con una scala inferiore.

La conseguenza è stata concreta: il portafoglio delle iniziative è stato ridefinito, riducendo le attività a basso impatto e ampliando quelle ad alto potenziale. Non una revisione cosmetica, ma un riorientamento strategico reso possibile — e legittimato — dalle evidenze.

La valutazione non produce valore nel momento in cui si redige un report, ma quando entra nei processi decisionali formali dell’organizzazione.

Dalla misurazione alla strategia

Misurare l’impatto sociale è un percorso di conoscenza che richiede risorse e apertura al cambiamento, ma che restituisce comprensione più profonda del proprio operato, qualità delle decisioni, coesione interna e solidità delle relazioni esterne.

Ciò che conta è la coerenza con la missione e la trasparenza delle assunzioni. Perché ogni dato, in fondo, ha valore solo se genera comprensione e orienta la trasformazione.

In ALTIS Advisory accompagniamo organizzazioni profit e non profit lungo questo percorso, aiutandole a scegliere gli strumenti più adatti e a trasformare la misurazione dell’impatto da esercizio episodico a pratica gestionale stabile.

Il presente contributo rielabora i contenuti sviluppati in: Pedrini M., Langella V., Social Impact. Comprendere e misurare il cambiamento per le decisioni aziendali, FrancoAngeli, Milano, 2026.

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