Sempre più imprese scelgono di misurare il proprio successo non solo attraverso ricavi, margini e crescita, ma anche in base alla capacità di generare effetti positivi su persone, comunità, territori e ambiente. È in questo spazio che si collocano le Società Benefit: imprese orientate al profitto, che inseriscono nello statuto anche finalità di beneficio comune e si impegnano a rendicontare annualmente i risultati raggiunti.
Cosa sono le Società Benefit?
Le Società Benefit sono state introdotte ufficialmente nell’ordinamento italiano con la Legge di Stabilità 2016 (L. 208/2015)[1], rendendo l’Italia il primo Stato sovrano al mondo a dotarsi di una cornice legale dedicata, ispirata al modello statunitense delle Benefit Corporation, nato nel 2010 nello stato federale del Maryland. È fondamentale chiarire che la Società Benefit non costituisce un nuovo “tipo” di società (come potrebbero esserlo la S.r.l. o la S.p.A.), ma è una qualifica giuridica che può essere adottata da qualsiasi forma societaria già prevista dal Codice Civile, comprese le cooperative.[2] Queste organizzazioni scelgono volontariamente di integrare nel proprio oggetto sociale, oltre alla finalità lucrativa (la divisione degli utili), una o più finalità di beneficio comune.
Quest’ultimo rappresenta il concetto cardine del modello di Società Benefit: esso è definito dalla legge come il perseguimento, nell’esercizio dell’attività economica, di uno o più effetti positivi, o la riduzione di quelli negativi, su categorie quali persone, comunità, territori, ambiente e altri portatori di interesse. Essere una Società Benefit non significa, quindi, fare filantropia attraverso la donazione di parte degli utili, ma fare del beneficio comune la vera e propria modalità di esercizio del modello di impresa, incidendo a monte sulle scelte strategiche quotidiane dell’azienda.
L’Iter di trasformazione: statuto, governance e trasparenza
Per acquisire formalmente la qualifica di Società Benefit, l’impresa deve innanzitutto procedere a una modifica dello statuto tramite atto notarile, inserendo esplicitamente le finalità di beneficio comune nel proprio oggetto sociale. Questa modifica ha l’effetto di “blindare” la missione aziendale nel lungo termine, proteggendola da eventuali cambi di leadership, cessioni o quotazioni in borsa. Solo un’ulteriore modifica dello Statuto potrebbe agire sulla natura del beneficio comune, e, quindi, sullo status di società Benefit.
Sotto il profilo della governance, la legge introduce il principio del bilanciamento degli interessi: l’organo amministrativo ha l’obbligo legale di gestire la società bilanciando l’interesse economico dei soci e delle socie con il perseguimento delle finalità benefit statutarie e l’interesse generale degli stakeholder. In più, un requisito operativo fondamentale è la nomina di un Responsabile d’Impatto, una figura incaricata di monitorare costantemente il raggiungimento degli obiettivi di beneficio comune preposti.
In termini di rendicontazione, la società è tenuta a redigere annualmente una Relazione di Impatto, da allegare al bilancio d’esercizio e pubblicare sul proprio sito web, descrivendo le azioni svolte e i risultati raggiunti attraverso standard di valutazione esterni e indipendenti[3]. Questo significa che l’impresa non si limita a dichiarare i propri obiettivi, ma deve spiegare ogni anno che cosa ha fatto, con quali risultati e secondo quali criteri di valutazione.
La trasparenza della qualifica di Benefit è, infine, garantita da un controllo pubblico affidato all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), che vigila affinché la qualifica non venga usata in modo ingannevole e può applicare sanzioni nel caso in cui avvenga.
Il rapporto tra Società Benefit e B Corp in Italia
In Italia esiste un legame unico tra Società Benefit e B Corp: tutte le aziende che ottengono la certificazione B Corp hanno infatti l’obbligo di trasformarsi in Società Benefit entro due anni, pena la perdita della certificazione stessa. È tuttavia fondamentale distinguere i due piani: la Società Benefit è uno status giuridico riconosciuto dallo Stato italiano, che diventa permanente nel momento in cui l’oggetto sociale dello Statuto viene modificato; mentre la B Corp è una certificazione privata rilasciata dall’ente no-profit internazionale B Lab, che deve essere rinnovata ogni tre anni attraverso il superamento del B Impact Assessment (BIA).
Quindi, mentre per una B Corp il passaggio a Società Benefit in Italia è un atto dovuto per soddisfare i requisiti legali di B Lab, per una Società Benefit la certificazione B Corp resta una scelta puramente volontaria. Molte aziende scelgono infatti di restare “solo” Società Benefit per perseguire il beneficio comune senza sostenere i costi annuali o l’audit triennale della certificazione privata.
Perché diventare Società Benefit? I vantaggi per le imprese
La scelta di diventare Società Benefit si inserisce in un trend in forte crescita, che negli ultimi anni ha registrato una progressiva accelerazione. A fine 2025, in Italia si contano 5.540 Società Benefit, con un incremento di oltre il 20% rispetto all’anno precedente. Il crescente interesse verso la qualifica di Società Benefit non dipende solo da motivazioni valoriali: il modello si associa anche a performance economiche più dinamiche, maggiore capacità di coinvolgere le persone e crescente attenzione da parte di investitori e finanziatori orientati ai criteri ESG.
Nel triennio 2022-2024, le Società Benefit hanno registrato una crescita mediana del fatturato del +14,6%, a fronte del +5,3% delle imprese non-benefit, e un incremento del valore aggiunto del +19,7%, rispetto al +12,6% delle imprese tradizionali.[4] Questo vigore economico può essere supportato anche da incentivi normativi e finanziari mirati, come l’introduzione di premialità nei bandi regionali e, in alcuni casi, di priorità nell’accesso a fondi e finanziamenti pubblici, previste da normative territoriali come la Legge Regionale Puglia n. 18/2022 e la Legge Regionale Veneto n. 10/2024.
Sul fronte interno, il modello benefit può rappresentare una leva per la valorizzazione del capitale umano e per il rafforzamento della capacità di attrarre e trattenere talenti, soprattutto tra le nuove generazioni, sempre più attente allo scopo sociale del lavoro. La ricerca nazionale evidenzia, ad esempio, che il 76% delle Società Benefit riscontra una maggiore soddisfazione dei dipendenti dopo la trasformazione.
Lo status giuridico può, inoltre, rafforzare la credibilità dell’impresa presso investitori e finanziatori orientati ai criteri ESG, in quanto rende esplicito nello statuto l’impegno alla creazione di valore nel lungo termine e alla considerazione degli interessi degli stakeholder. Inoltre, l’obbligo di redigere una Relazione di Impatto annuale e il presidio contribuiscono a rendere l’impegno verso il beneficio comune più trasparente, verificabile e rendicontabile, rafforzando la reputazione dell’azienda sul mercato e riducendo il rischio di accuse di comunicazione ingannevole (benefit washing).
In questo panorama, diventare Società Benefit non significa aggiungere un’etichetta alla propria identità aziendale. Vuol dire, invece, scegliere un modello di impresa in cui crescita economica, responsabilità e creazione di valore nel lungo periodo entrano nello stesso disegno strategico. Per questo, il fenomeno non riguarda più soltanto le imprese più vicine al mondo della sostenibilità, ma un numero crescente di aziende che vedono nell’impegnarsi in un beneficio comune una leva di competitività, reputazione e fiducia.
[1] Il testo specifico sulla disciplina va dal comma 376 al comma 384.
[2] Si fa riferimento al Libro V, titoli V e VI (società a scopo di lucro e società a scopo mutualistico).
[3] Gli standard più diffusi sono il BIA (B Impact Assessment) e i GRI.
[4] NATIVA, Intesa Sanpaolo, InfoCamere, et al. (2026). Ricerca Nazionale sulle Società Benefit 2026.






