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Stella Gubelli
Amministratore Delegato
stella.gubelli@altisadvisory.com

Il tema dei rating ESG è oggi quanto mai dibattuto, ma con una forte asimmetria di prospettive.

Da un lato, lo scenario regolatorio e di mercato stringe la morsa: banche, investitori e grandi aziende clienti sono ormai obbligati a richiedere informazioni dettagliate sul profilo di sostenibilità delle imprese clienti/target. Dall’altro lato, le imprese – specialmente le PMI – si sentono letteralmente “accerchiate”. Vengono costantemente raggiunte da questionari di ogni tipo, caratterizzati da decine di domande standardizzate, spesso rigide e non calibrate sulle reali dimensioni o sul settore specifico dell’azienda.

Questa frizione è confermata da una recente ricerca sviluppata da ALTIS Advisory, da cui emerge una generalizzata insoddisfazione da parte delle imprese. I rating attuali fanno fatica a catturare il reale approccio dell’azienda all’integrazione della sostenibilità, finendo spesso per sottovalutarne gli sforzi concreti. Ad oggi, i report prodotti dai rating provider appaiono come vetri satinati: lasciano intravedere qualche forma o informazione di massima, ma non sono abbastanza trasparenti da aiutare l’azienda a comprendere i propri reali punti di forza e, soprattutto, le aree di miglioramento su cui fare leva.

D’altra parte, ottenere un buon rating è ormai una condizione essenziale per attivare e consolidare quelle relazioni di fiducia, sia con il sistema bancario che con la filiera dei clienti, che alimentano e proteggono il business nel medio-lungo termine.

Tutto parte dal questionario: il vero “collo di bottiglia”

Il cuore del problema risiede proprio nella fase di raccolta dei dati. I questionari sono lunghi (spesso superano le 100 domande), scarsamente flessibili rispetto al modello di business aziendale e, pur focalizzandosi sui medesimi macro-temi, formulano i quesiti in modi diversi. Il risultato? Ogni nuova richiesta richiede uno sforzo dedicato, ore di lavoro e la duplicazione delle attività.

Nel brevissimo periodo è irrealistico sperare in una semplificazione del mercato. Le metodologie di analisi delle performance ESG sono ancora profondamente disomogenee – specchio di standard di rendicontazione non ancora pienamente uniformati a livello globale. Inoltre, sebbene il recente Regolamento europeo sulla trasparenza e integrità delle attività di rating ESG rappresenti un passo avanti cruciale per regolamentare i provider e i loro potenziali conflitti di interesse, esso risolverà i problemi di trasparenza dei modelli metodologici, ma non eliminerà la frammentazione e il carico legato alla compilazione dei singoli questionari.

Vademecum pratico: come gestire i questionari ESG in modo efficiente ed efficace

Per evitare che la valutazione ESG si trasformi in un mero esercizio formale o in una perdita di tempo, le aziende devono cambiare marcia.

Ecco tre consigli pratici:

  1. Identificare un referente per la gestione delle richieste

Spesso i questionari vengono assegnati internamente in base al “mittente”: se la richiesta arriva dalla banca se ne occupa il CFO; se arriva da un grande cliente, viene girata al direttore commerciale o all’ufficio qualità. Niente di più sbagliato. Questo approccio frammentato impedisce di maturare l’effetto apprendimento, fondamentale per comprendere le logiche ricorrenti dei rating. È essenziale individuare una figura di riferimento (il referente ESG o, in assenza, una funzione specifica, che potrebbe essere HSE/ufficio Qualità) che centralizzi la ricezione, impari a conoscere il linguaggio dei valutatori e funga da raccordo tra le varie funzioni aziendali.

  1. Passare da un approccio reattivo a uno proattivo (e integrato)

L’errore più comune è rincorrere l’emergenza ogni volta che arriva un questionario. L’impresa dovrebbe anticipare i tempi impostando un sistema interno di raccolta dati ESG continuativo e, idealmente, integrato con i sistemi di gestione aziendale (ERP, software HR, ecc.). Informazioni come i consumi energetici, la quota di energia da fonti rinnovabili, le ore di formazione per dipendente o il tasso di turnover non sono “dati extra da cercare per l’ESG”, ma indicatori chiave di business. Se queste metriche entrano stabilmente nel sistema di controllo di gestione, estrarle diventerà un processo automatico e non richiederà un coinvolgimento ad hoc e stressante delle specifiche funzioni aziendali.

  1. Formalizzare e documentare: “Se non è dimostrabile, non esiste”

Nel mondo dei rating ESG la sostanza non basta se non è supportata dalla forma. Molte aziende, specialmente italiane, hanno un approccio estremamente fattivo e concreto alla sostenibilità (es. welfare territoriale, economia circolare applicata), ma non lo formalizzano. Per i rating standardizzati vale la regola aurea: ciò che non è documentato non esiste. Diventa quindi vitale strutturare e aggiornare periodicamente un set di documenti interni pronti all’uso: policy aziendali (es. codice etico, policy sui diritti umani, politiche ambientali), procedure scritte e certificazioni. Questo “kit documentale” ridurrà drasticamente i tempi di risposta e valorizzerà il reale impegno aziendale.

Conclusioni

Accettata l’idea che i questionari ESG non scompariranno, deve cambiare il modo in cui le aziende li affrontano: smettere di subirli come un dazio da pagare e iniziare a governarli come uno strumento di mappatura dei propri rischi e delle proprie performance.

In un mercato che non premia più le dichiarazioni d’intenti ma esige evidenze oggettive, i dati di sostenibilità devono essere trattati esattamente come i dati finanziari: governati dall’interno, certificabili e integrati nei processi. Solo così il “vetro satinato” dei rating si trasformerà in uno specchio nitido, capace di riflettere il reale valore competitivo dell’impresa.

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